Tra le proposte contenute nel programma del centrosinistra quella che forse ha ricevuto piu' attenzione e' la riduzione di cinque punti del cuneo contributivo sul costo del lavoro, ferma restando l'aliquota di computo rilevante ai fini del calcolo della pensione contributiva.
L'obiettivo e' ovviamente quello di ridurre i costi e migliorare la competitivita' delle imprese. Le controindicazioni sono varie: la difficolta' di reperire risorse per coprire la perdita di gettito (valutata in circa 10 miliardi), i possibili riflessi sul sistema previdenziale derivanti dalla rottura del legame tra contributi e prestazioni e gli stessi effetti sul costo del lavoro nel lungo periodo (che si annullerebbero se il beneficio si traslasse sui salari). Tutte considerazioni che spingono nella direzione di "limitare la decontribuzione soltanto ai percettori di salari bassi".
In che modo? Una prima possibilita' e' ridurre l'aliquota contributiva solo per i salari inferiori a una certa soglia. Il vantaggio principale e' che, potendo concentrare il beneficio, la perdita di gettito sarebbe relativamente bassa. Si potrebbe avere anche un importante effetto favorevole all'emersione del lavoro nero: dal punto di vista del datore di lavoro, perche' l'aliquota sarebbe piu' bassa di quella attuale; dal punto di vista del lavoratore, per il sussidio alla propria futura pensione determinato dalla differenza tra aliquota di computo e aliquota effettiva. D'altro canto, non appena il salario dovesse superare la soglia prefissata si perderebbe interamente ogni beneficio: in termini tecnici si avrebbe un'aliquota contributiva marginale, in corrispondenza della soglia, superiore al 100 per cento. Cio' naturalmente determinerebbe una "trappola della poverta'", con un insormontabile disincentivo a progredire verso lavori meglio retribuiti (almeno in modo palese).
La soluzione ovvia e' quella di una progressivita' per scaglioni del contributo: un'aliquota ridotta sui primi x euro di salario, l'aliquota normale sulla parte del salario superiore a x. La riduzione contributiva - in termini di aliquota media - sarebbe cosi' decrescente in modo continuo, senza salti, al crescere del salario. La riforma equivale alla concessione di un sussidio in somma fissa, pari allo sgravio contributivo sui primi x euro di salario, per tutti i lavori con un salario superiore a x.
A titolo esemplificativo, abbiamo considerato una riduzione dell'aliquota contributiva sui lavoratori dipendenti dall'attuale 32,7 al 19 per cento per i primi 7.150 euro di salario annuo (ovvero 550 euro di salario mensile). Cio' corrisponde a un sussidio in somma fissa di 980 euro su base annua. L'aliquota media contributiva sarebbe del 27,6 per cento per il salario mediano e del 28,2 per cento per il salario medio, con uno sgravio rispettivamente di 5,1 e 4,5 punti. Nella proposta originaria, lo sgravio sarebbe di cinque punti per tutti i livelli di salario. Qui, invece, si avrebbe uno sgravio superiore ai cinque punti per la meta' di lavoratori con i salari piu' bassi e inferiore per l'altra meta' di lavoratori. Si avrebbe cosi' un andamento regolare dell'aliquota media come indicato nel grafico. Secondo le nostre stime, il costo della riforma (al netto dell'incremento delle imposte sul reddito) sarebbe di 7,7 miliardi di euro.
I vantaggi sarebbero numerosi. Innanzi tutto, gli effetti sull'occupazione: secondo le teorie moderne del mercato del lavoro (che abbandonano l'ipotesi di concorrenza perfetta), una maggiore progressivita' conduce a una riduzione dei salari e a una crescita dell'occupazione. Lo sgravio in somma fissa nel lungo periodo si scaricherebbe, in altre parole, sul costo del lavoro e non comporterebbe un aumento del salario netto. Non vi sarebbero poi disincentivi, maggiori di quelli attuali, a dichiarare un salario piu' elevato di quello corrispondente alla soglia. Anzi, si eliminerebbero gli incentivi attuali a utilizzare forme contrattuali atipiche al solo scopo di pagare meno contributi. Attualmente i subordinati atipici (i co.co.co) pagano un'aliquota del 17,30 per cento che e' gia' previsto debba gradualmente aumentare al 19 per cento.
I riflessi sul sistema pensionistico sarebbero del tutto trasparenti: la fiscalita' generale darebbe un contribuito uguale per tutti i lavoratori all'accumulazione di diritti pensionistici. Il legame tra contributi versati e pensione ricevuta a livello del singolo individuo rimarrebbe ben solido ed evidente.
Il problema della copertura finanziaria potrebbe essere in buona parte risolto applicando un analogo schema contributivo, con la stessa aliquota iniziale, ma un'aliquota sul secondo scaglione inferiore, anche ai lavoratori autonomi che attualmente pagano il 17,39 per cento e ai co.co.co. Secondo i nostri calcoli una struttura a due aliquote, 19 e 25 per cento, per il complesso del lavoro autonomo darebbe un incremento netto di gettito contributivo pari a 6,3 miliardi.
Si andrebbe cosi' verso un sistema previdenziale piu' omogeneo: si avrebbe la stessa aliquota contributiva per le retribuzioni piu' basse, a prescindere dalla forma contrattuale del rapporto di lavoro; il regime contributivo ma anche le prestazioni pensionistiche per autonomi e co.co.co. si avvicinerebbero a quelle dei dipendenti. Si avrebbe caso mai un moderato incentivo verso il rapporto di lavoro dipendente poiche' quest'ultimo godrebbe di un maggiore sussidio pensionistico dalla fiscalita' generale.
Aliquota contributiva media sul salario mensile

il testo riprodotto e' tratto dal sito www.lavoce.info.