I dati appena diffusi dall'Istat sull'andamento dell'economia nel 2005 spengono ancora una volta i facili ottimismi. La speranza che l'economia potesse riprendersi spontaneamente dallo stato catatonico in cui versa da oramai cinque anni e' andata delusa. Non solo l'economia italiana non cresce (un fatto peraltro ampiamente previsto dalla maggioranza degli osservatori e dalle piu' importanti istituzioni internazionali), ma fa ulteriori passi indietro rispetto all'Europa, togliendo cosi' ogni alibi a chi pensava di attribuire i nostri mali all'infelicita' della nostra collocazione geografica.
Ma e' la qualita' della (non) crescita che preoccupa. Dal lato della domanda, anzitutto: a evitare una caduta del Pil contribuiscono i consumi collettivi e l'accumulazione di scorte. Sono le voci meno virtuose, in quanto riflettono, la prima, un aumento della spesa pubblica, e, la seconda, un accumulo verosimilmente indesiderato dei magazzini delle imprese. Scorporando l'effetto di queste due voci, la crescita sarebbe stata pesantemente negativa (-0,3 per cento) e saremmo costretti a parlare di recessione invece che piu' prosaicamente di stagnazione.
Il quadro non migliora dal lato dell'offerta. Perdono terreno agricoltura (-2,2 per cento) e industria in senso stretto (-2,0 per cento), crescono i servizi e soprattutto le costruzioni (+0,6 per cento), un andamento che riflette in tutta probabilita' lo spostamento di risorse verso le rendite immobiliari e che potrebbe spegnersi con lo scoppio della bolla del settore.
Tra le vittime della stagnazione del Pil vi e' infine l'occupazione che diminuisce dello 0,4 per cento, un dato tutto negativo, nonostante i tentativi maldestri e tardivi da parte dell'Istat di interpretare al meglio questo andamento.
La qualita' della (mancata) crescita nel 2005 getta un'ombra sulle prospettive per il 2006. L'economia italiana infatti inizia l'anno senza abbrivio (l'effetto di trascinamento sul 2005 dovrebbe essere nullo se non negativo, aspettiamo pero' che l'Istat pubblichi i dati trimestrali a questo riguardo), con i magazzini pieni (e quindi minore incentivo a produrre) e con una componente della domanda (quella pubblica) che dovrebbe risentire del rigore (sempre annunciato, ma spesso eluso) della politica fiscale. I consumi privati potrebbero poi risentire della caduta dell'occupazione. E' improbabile che la modesta accelerazione prevista per l'economia europea fornisca stimoli adeguati al nostro sistema economico. Difficilmente quindi la crescita superera' l'1 per cento nel 2006.
Anche sul fronte dei conti pubblici il quadro e' tutt'altro che rassicurante.
E' certamente vero, come alcuni si affretteranno a sottolineare, che gli obiettivi della Relazione programmatica sono stati superati: l'indebitamento si colloca infatti al 4,1 per cento del Pil, contro il 4,3 per cento previsto a settembre dal Governo. Vale la pena di ricordare pero' che a maggio del 2005, con la Relazione trimestrale di cassa, l'esecutivo era ancora attestato su una previsione di disavanzo del 2,9 per cento. Un peggioramento di piu' di un punto percentuale non e' certo motivo di rallegramento.
Soprattutto, anche per la finanza pubblica, e' il dettaglio dei conti a suscitare preoccupazione. Peggiora infatti, rispetto alle previsioni di settembre, l'avanzo primario. Il miglioramento dell'indebitamento netto e' tutto dovuto quindi a una diminuzione imprevista, e salvifica, della spesa per interessi. Ad agevolare il calo di questa voce di spesa hanno poi contribuito operazioni di finanza straordinaria: due miliardi di swap, consentite dalla contabilita' di Maastricht ma certamente non rivelatrici di un processo di risanamento o della fiducia dei mercati. Se l'andamento dei tassi dovesse invertirsi, a causa di una tendenza a livello mondiale o di un calo della fiducia per i nostri titoli di Stato, le conseguenze per i conti pubblici italiani sarebbero assai dolorose.
In buona sostanza, anche sul fronte della finanza pubblica le prospettive per il 2006 non sono per niente rassicuranti. Una minore crescita scaverebbe ulteriormente il fossato del disavanzo.
Partendo ad esempio dalle previsioni del Fondo monetario, e' facile verificare che se solo la crescita si situasse in media d'anno all'1 per cento l'indebitamento netto salirebbe al 4,2 per cento. Se a cio' aggiungessimo le difficolta', evidenziate dalla Commissione europea, ad attuare con piena efficacia le misure previste dalla Finanziaria, il disavanzo potrebbe facilmente situarsi in prossimita' piu' del 5 che del 4 per cento. Ad alimentare ulteriormente le preoccupazioni dei nostri partner europei e dei mercati contribuirebbe poi la crescita sostenuta del debito.
Sono preoccupazioni e interrogativi a cui e' necessario dare pronta risposta. La Relazione trimestrale di cassa, il cui compito e' appunto quello di chiarire a inizio d'anno la reale situazione della finanza pubblica, dovrebbe di norma essere pubblicata a marzo. Negli anni scorsi, il ministero dell'Economia ha inopinatamente fatto slittare la pubblicazione del documento di parecchie settimane, se non di mesi. E' essenziale che quest'anno cio' non si ripeta e si consenta invece agli elettori e ai mercati di valutare in maniera informata e tempestiva la situazione dei nostri conti pubblici.
il testo riprodotto e' tratto dal sito www.lavoce.info.