[ l k v . i t ]
Un cattivo affare
02-03-2005
Michele
Polo
[<--]

La privatizzazione della Rai sembra inserita nell'agenda politica dei prossimi mesi. La cautela e' d'obbligo quando si tratta di affrontare profondi cambiamenti nella televisione pubblica, tanto piu' essendo oramai entrati in una lunga campagna elettorale che occupera' il prossimo anno e mezzo. E' tuttavia utile compiere alcune riflessioni su questo delicato e importante passaggio.

La privatizzazione della Rai e' prevista nella legge 112/2004 (Legge Gasparri), che indica all'articolo 21 un calendario relativamente ravvicinato per l'avvio dell'operazione e vincola fortemente le modalita' dell'offerta pubblica di vendita della "Rai-Radiotelevisione Italiana Spa" (la holding del gruppo) richiedendo che nessun azionista possa superare la quota dell'1 per cento delle azioni.


L'errore ripetuto

Da quanto sinora e' emerso nella fase di gestazione dell'operazione sembrerebbe prospettarsi il collocamento di una quota del 20-25 per cento delle azioni della holding.

La privatizzazione della Rai sembra quindi destinata a ripetere gli errori delle altre grandi privatizzazioni italiane, completate o in itinere, Telecom Italia, Enel, Eni: l'errore di cedere al pubblico le azioni di un articolato gruppo industriale prima di averne promosso una ristrutturazione che garantisca condizioni di concorrenza, creando nei fatti un (quasi) monopolista privato. E vincolandosi implicitamente nei confronti di chi acquista le azioni a evitare in futuro azioni drastiche di riforma, che condizionerebbero il valore delle azioni.

Le privatizzazioni senza concorrenza hanno caratterizzato la seconda meta' degli anni Novanta. E sono state interpretate come l'amaro calice imposto dalla prevalenza degli obiettivi di finanza pubblica (il valore delle azioni cedute e' maggiore se vendo un monopolio ai privati) su quelli della promozione della concorrenza. Oggi, ritrovandoci con i problemi di competitivita' di una industria che paga i servizi piu' dei suoi concorrenti, iniziamo a pentirci di questa miopia. Ma almeno, va detto, nel breve periodo quelle cessioni sono state un buon affare per il Tesoro. Oggi la storia sembra ripetersi con la Rai, qualora si cedessero azioni della holding del gruppo, senza intervenire sulla sua struttura interna e senza seguire la strada alternativa di una cessione di singole societa'. Il pezzo di Montesi illustra in modo convincente e documentato come l'acquisto di azioni di Rai-holding non sia un buon affare, e possa essere quindi realizzato solamente a fronte di uno sconto nel prezzo di acquisto, laddove si collochi sul mercato una societa' con bilanci poco trasparenti, obblighi di servizio pubblico i cui costi non sono chiaramente quantificabili, crucialmente legata alla determinazione del canone. Il contributo di Gambaro, a sua volta, indica come la Rai, pur non sfigurando nei confronti delle altre televisioni pubbliche europee, abbia significative sacche di inefficienza se confrontata con le reti commerciali concorrenti.


La soluzione possibile

In questi ultimi mesi l'Autorita' antitrust ha pubblicato i risultati di una propria indagine conoscitiva sul mercato della pubblicita' su mezzo televisivo. Come quasi sempre avviene in questo paese, la lucidita' nell'analisi dell'Agcm e' seconda solo al silenzio e alla distrazione che la accoglie. E' bene richiamare come, anche in quel documento, si indichi la soluzione di separare i contenuti del servizio pubblico, trasmessi in una rete a esso dedicata finanziata unicamente con il canone, dai contenuti commerciali, che verrebbero ospitati dalle altre reti senza obblighi di servizio pubblico e sarebbero finanziate con la sola pubblicita'. Queste ultime sarebbero il naturale destinatario della privatizzazione. Questa soluzione, ancorche' non esplicitamente indicata nella Legge Gasparri, non ne risulta preclusa. Una soluzione di questo genere risulterebbe contemporaneamente un buon affare per il ministero dell'Economia, che non sarebbe costretto a uno sconto sul prezzo di vendita a copertura degli oneri impropri che l'investitore privato altrimenti assumerebbe acquistando Rai-holding, e una decisione utile nella prospettiva di un mercato televisivo piu' competitivo. Un caso fortunato in cui le ragioni della finanza pubblica e della concorrenza non sarebbero attestate, come in precedenza, su sponde opposte.


Alcune domande imbarazzanti

Con un piccolo difetto: la rottura del duopolio tri-canale che caratterizza la situazione italiana porrebbe implicitamente alcune imbarazzanti domande. Per quali ragioni il gruppo Mediaset dovrebbe competere con tre reti di fronte a un concorrente (privatizzando) che opera solamente con una o due reti? Quali effetti, in una prospettiva di pluralismo, si eserciterebbero sui comparti collegati della pubblicita' su carta stampata, estendendo anche al nuovo concorrente privato i tetti di affollamento pubblicitario estremamente elevati di cui oggi i canali privati godono?

Domande cui la Legge Gasparri ha deciso di non rispondere, affidando queste materie a soglie quantitative estremamente lasche. Ma che tornerebbero necessariamente di attualita' di fronte a una privatizzazione Rai che incidesse sull'attuale struttura del settore. Il ministro del Tesoro ha ripetutamente affermato di considerarsi un tecnico prestato alla politica, il cui ruolo si riassume nella predisposizione di soluzioni coerenti tra cui la politica e' chiamata a scegliere. La privatizzazione di Rai-holding non rappresenta una soluzione desiderabile ne' per il Tesoro, ne' per la concorrenza: in questa vicenda facciamo fatica a rintracciare il contributo di tecnico del nostro ministro.


il testo riprodotto e' tratto dal sito www.lavoce.info.


[^]