Per avere una societa' giusta, non basta avere imprese profittevoli, e' necessario avere imprese socialmente responsabili. E per essere un buon manager, non e' sufficiente massimizzare i profitti (o il valore delle azioni) nel lungo periodo, e' invece necessario tenere in considerazione esplicita gli interessi di tutte le parti sociali coinvolte con l'attivita' aziendale: i lavoratori, la comunita' locale, l'ambiente, e cosi' via. Capita molto spesso di leggere dichiarazioni simili di opinion leader, policy maker, e anche politici. Si riferiscono alla cosiddetta dottrina della "responsabilita' sociale d'impresa" (Rsi), vista in contrapposizione alla dottrina d'impresa legata al valore degli azionisti (VA).
Nella visione liberale e neoclassica della attivita' impresa, il comportamento dei manager deve puntare alla massimizzazione del valore degli azionisti, ovviamente nel rispetto delle leggi vigenti. In altre parole, un buon manager deve sempre fare gli interessi dell'azionista, ma al tempo stesso pagare le tasse, redigere bilanci veritieri e trasparenti, offrire solo lavoro regolare, non discriminare certe categorie di lavoratori, eccetera.
Secondo i fautori della Rsi, tutto cio' non basta. Un "buon manager" dovrebbe operare in pieno accordo con il lavoratori, non dovrebbe licenziare in un'area depressa; dovrebbe inoltre svolgere, per conto dell'azienda, attivita' caritatevoli e culturali, e dovrebbe ovviamente sempre proteggere l'ambiente, anche quando tutto cio' finisce per ridurre i profitti aziendali. La questione e' molto difficile e delicata, in quanto inevitabilmente tocca i confini tra etica ed economia. Certamente non vogliamo entrare nella sfera dell'etica. Non e' il nostro mestiere. Possiamo pero' fare alcune riflessioni "da economisti".
Cerchiamo innanzitutto di capire meglio il confine tra responsabilita' sociale dell'impresa e valore degli azionisti.
Partiamo da un esempio. Costruire un asilo aziendale, e offrire il servizio relativo, e' un'attivita' di "welfare aziendale" che aumenta certamente i costi nel breve periodo. Ma tale politica puo' essere coerente con la massimizzazione dei profitti di lungo periodo, in quanto puo' essere interesse delle imprese offrire maggior tranquillita' famigliare ai propri dipendenti. In modo simile, servirsi soltanto di fornitori che rispettano l'ambiente puo' essere profittevole per l'immagine d'impresa nel lungo periodo. In generale, la massimizzazione intertemporale del valore d'azienda richiede spesso costi e sacrifici nel breve periodo, in cambio di benefici di lungo periodo. Quando Rsi e massimizzazione del valore d'impresa vanno nella stessa direzione, non esiste alcun trade-off e nessuno si puo' ragionevolmente opporre a imprese che si definiscono socialmente responsabili. Ma in tal caso probabilmente viene meno anche la necessita' che lo Stato incoraggi la responsabilita' sociale d'impresa. Il problema vero sorge quando la responsabilita' sociale e la massimizzazione del valore d'impresa sono obiettivi (almeno parzialmente) in conflitto tra di loro.
La dottrina della Rsi si basa su uno dei principi fondamentali dell'economia. Nella misura in cui l'attivita' imprenditoriale genera effetti esterni e correlati, non regolati dal prezzo (l'esempio ovvio da libro di testo e' l'inquinamento), ogni intervento volto a internalizzare tali esternalita' e' auspicabile. E in effetti, alcune attivita' della Rsi sembrano andare in questa direzione. Al di la' di questioni etiche, la letteratura economica evidenzia tre difficolta' associate al perseguimento degli interessi degli stakeholder diversi dagli azionisti (1).
Il primo problema ha a che fare con il finanziamentoaziendale. Come si puo' essere certi che una "societa' responsabile" sara' in grado di avere le risorse necessarie a operare? Potrebbe benissimo accadere che, una volta che la politica di impresa diventa socialmente responsabile, gli azionisti sottraggano le risorse finanziarie.
Il secondo e' il rischio di rendere l'attivita' imprenditoriale ingestibile. Su molte decisioni, i manager hanno visioni diverse dei lavoratori. Come si possono dirimere queste questioni? E una volta che nel consiglio di amministrazione entreranno i rappresentanti della comunita' locale, chi decidera' alla fine se un certo investimento si deve davvero fare?
Il terzo problema e' legato alla possibilita' di controllare il management. Nel caso del valore degli azionisti, la misura della performance e' relativamente semplice. e' invece terribilmente difficile giudicare il manager socialmente responsabile: ha di fronte a se' un numero illimitato di missioni e di attivita', tutte lecite, e difficilmente misurabili dagli azionisti. Come valutare la sua scelta di finanziare una particolare missione umanitaria? E perche' proprio quella?
La questione piu' importante rimane pero' quella dell'intervento pubblico. Il mercato, spontaneamente, genera una serie di iniziative che possono essere assimilabili alla dottrina della Rsi. Siamo certi che tali attivita' e iniziative non debbano essere ostacolate, indipendentemente da una loro motivazione coerente con la dottrina di VA o di Rsi. Se le aziende aprono asili nido per i dipendenti, avranno i loro buoni motivi, e senza dubbio creeranno un servizio ai loro dipendenti e alla comunita' locale. Ma in generale, per invocare l'intervento pubblico a favore della Rsi, dobbiamo prima porci due domande.
Per auspicare un intervento pubblico volto a sussidiare attivita' coerenti con la Rsi bisogna rispondere "si'" ad entrambe. Noi non siamo in grado di rispondere, ma siamo curiosi di capire la posizione e le argomentazioni di chi e' convinto di poter rispondere si ad entrambe le domande. Se anche fosse possibile concordare che la risposta alla prima domanda e' affermativa, la risposta alla seconda domanda dipende necessariamente dal tipo di strumenti usati dallo Stato per incoraggiare la responsabilita' sociale dell'impresa. Si e' ultimamente parlato in Italia e in Europa di una certificazione pubblica di coerenza con la Rsi, presumiamo accompagnata da benefici di qualche tipo per le imprese certificate. Questo schema di incentivazione della Rsi non ci sembra esente da problemi. In un'economia caratterizzata da sempre maggiore outsorcing, in cui parte dei processi produttivi viene svolta in nazioni in via di sviluppo sprovviste di un affidabile sistema di certificazione sulla Rsi si fronteggiano due tipi di rischi diversi. Il primo e' prendere per buone certificazioni "fasulle" (per esempio, che in nessuno stadio della produzione si e' usato lavoro minorile). Il secondo e' dare la patente di responsabilita' sociale solo a imprese che svolgono l'intero processo produttivo in ambito nazionale (o in paesi in grado di avere un sistema di certificazione Rsi affidabile).
Ma una politica di questo tipo sembra piu' vicina al protezionismoche alla responsabilita' sociale d'impresa. Sarebbe un grave errore farsi scudo della Rsi per far passare provvedimenti che con essa nulla hanno a che fare.
il testo riprodotto e' tratto dal sito www.lavoce.info.