[ l k v . i t ]
L'Italia nel nuovo Patto
21-03-2005
Francesco
Giavazzi
Silvia
Redaelli
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Fra qualche mese l'Italia potrebbe trovarsi in questa situazione: un disavanzo delle pubbliche amministrazioni per il 2003 e il 2004 rivisto da Eurostat e superiore in entrambi gli anni al limite del 3 per cento; una trimestrale di Cassa che stima anche per il 2005 un disavanzo oltre il 4 per cento, e infine con un Patto che ha perduto credibilita' per il trasferimento all'Ecofin del potere di decidere se un paese abbia o meno violato le regole e, qualora le abbia violate, entro quanto tempo debba correggere i propri squilibri di finanza pubblica.


Pensando alla Grecia

Che farebbe un'agenzia di rating o un investitore in titoli governativi a tasso fisso? Gli verrebbe in mente il caso della Grecia, con una differenza pero': la Grecia e' stata punita e costretta a rifare rapidamente una legge finanziaria; l'Italia, con un Patto annacquato, non lo sarebbe. A questo punto il nostro investitore avrebbe una sola arma: manifestare la sua preoccupazione mediante un innalzamento dello spread sui titoli italiani. Altro che usare la nuova flessibilita' del Patto per finanziare una riduzione di imposte. Sul passato evidentemente non possiamo influire. Temo neppure sui conti dell'anno in corso: mi pare infatti improbabile una manovra correttiva a luglio, in apertura di campagna elettorale, mentre il leitmotiv continua a essere la revisione delle aliquote e un taglio di imposte per 12 miliardi. L'unica via d'uscita e' batterci perche' il Consiglio europeo, questa sera, non sottragga alla Commissione il potere di decidere se un paese rispetti o meno le regole.

Il nostro investitore avrebbe almeno la garanzia che i deficit eccessivi saranno osservati da vicino da un'istituzione indipendente. Una riforma del Patto che sposti la discrezionalita' dalla Commissione all'Ecofin non ci conviene.


L'esercizio della discrezionalita'

Cio' non significa che le modifiche al Patto varate domenica dell'Ecofin siano sbagliate. Proprio gli esempi di Grecia e Italia dimostrano quanto distorti fossero gli incentivi introdotti da queste regole: da qualche anno nei corridoi dei ministeri finanziari europei e' piu' frequente incontrare un banchiere intento a organizzare qualche operazione di finanza creativa, che un funzionario impegnato a controllare le spese. Ma il Patto non aiutava neppure i governi a fare le riforme. Per incentivare il passaggio a forme previdenziali integrative, ad esempio, e' necessario ridurre i contributi al sistema pubblico; ma nel frattempo bisogna continuare a pagare le pensioni ai vecchi pensionati. Quindi, per un po' di tempo, le entrate diminuiscono, mentre le uscite rimangono invariate. Non fare le riforme semplicemente perche' non se ne puo' pagare il costo nel breve periodo, non e' una scelta saggia.

Se mai, le nuove regole varate dall'Ecofin non sono abbastanza coraggiose. Sono eccessivamente indulgenti con la Germania e non premiano abbastanza chi avvia le riforme. Ma il punto che oggi rimane aperto e' chi esercitera' la discrezionalita'. Francia e Germania al Consiglio europeo di questa sera insisteranno nel volere questo potere per se': dovrebbe essere l'Ecofin, e cioe' i governi, a decidere se un temporaneo superamento della soglia del 3 per cento e' giustificato, ad esempio da un programma di investimenti pubblici, o da una riforma delle pensioni. Acconsentire a questa richiesta vorrebbe dire che ogni riforma sara' giudicata perfetta, ogni investimento essenziale. Proprio cio' che teme il nostro preoccupato investitore.

Conclusione. Un Patto piu' flessibile, ma con un ruolo della Commissione rafforzato e' il solo modo per evitare i guai che ci attendono nei prossimi mesi.


il testo riprodotto e' tratto dal sito www.lavoce.info.


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