Il made in Italy soffre e si lamenta. E' comprensibile: il nostro paese e' piu' esposto degli altri alla concorrenza di aree a basso costo del lavoro, Cina, India o Brasile che siano. Ma le misure di difesa invocate dalle imprese, o almeno da una parte di esse, e sostenute con schieramenti variabili dalle diverse componenti di Governo, sono miopi e non tengono conto delle caratteristiche del processo di integrazione delle nostre imprese nel mercato internazionale. Ci riferiamo alle richieste all'Unione europea di introdurre barriere alle importazioni cinesi (dazi anti-dumping, clausole di salvaguardia) e alle misure contenute nel piano economico per lo sviluppo, che vietano l'accesso ai principali strumenti di supporto finanziario all'internazionalizzazione (export o investimenti) "per le imprese che, investendo all'estero, non prevedano il mantenimento sul territorio nazionale delle attivita' di ricerca, sviluppo, direzione commerciale, nonche' di una parte sostanziale dell'attivita' produttiva".
Iniziamo con la miopia. Verso la Cina e' possibile invocare (a livello europeo) misure di salvaguardia di diverso tipo, sia per i prodotti tessili che per qualunque altro bene la cui produzione nazionale sia seriamente danneggiata dalle importazioni cinesi (indipendentemente dal grado di scorrettezza di queste ultime). La ragione di queste misure e' dare alle imprese tempo e ossigeno per ristrutturare e ri-organizzare le proprie attivita'. Ma l'ossigeno dura poco e la marea delle importazioni cinesi, spinta dalla forza di condizioni di produzione generali estremamente competitive (costo del lavoro e altro), riprenderebbe presto a salire. Dunque, l'ossigeno va usato bene e in fretta.
Peccato che le nostre imprese del tessile e abbigliamento in passato abbiano avuto molti margini per riorganizzare le proprie attivita', al relativo riparo dalla concorrenza internazionale. Il settore tessile e' stato fin dagli anni Settanta protetto dall'"accordo multifibre", un sistema di quote bilaterali che colpiva solo le esportazioni dei paesi in via di sviluppo, in palese violazione delle norme del Gatt. Inizialmente, l'accordo multifibre doveva durare soltanto cinque anni, ma fu continuamente rinnovato fino a quando nel 1994, con l'"Agreement on Textile and Clothing", si decise finalmente di smantellarlo. Ma ancora una volta si scelse di procedere con estrema gradualita' concedendo ben dieci anni di tempo per permettere ai paesi importatori di compiere i necessari aggiustamenti.
Cosa e' accaduto in questi dieci anni? In Europa, invece di seguire un percorso di transizione graduale, si e' sostanzialmente mantenuto invariato il sistema delle quote fino alla fine del 2004. Ora, le imprese meno efficienti, che non hanno usato questo tempo per riorganizzare le proprie attivita', vanno sotto l'onda della fine del Multifibre. Il galleggiante delle clausole di salvaguardia potrebbe forse dar loro un po' di respiro, ma per quanto tempo se non hanno imparato a nuotare dopo quasi quaranta anni di protezione? La verita' e' che il protezionismo non crea, quasi mai, le condizioni per il proprio superamento. e' difficile quindi non pensare che anche oggi, dietro alle richieste di misure temporanee, si nasconda il desiderio di perpetuare un sistema di protezione che pero' nel lungo periodo fossilizzerebbe il nostro sistema produttivo rendendolo ancora meno competitivo.
Per fortuna, nel made in Italy vi sono anche dei nuotatori. Hanno investito in nuove tecnologie, aumentato la qualita' dei prodotti e soprattutto hanno riorganizzato la loro attivita' produttiva frammentandola in diversi paesi.
Qui sta proprio il secondo problema: la richiesta di protezione non tiene in alcun conto questi processi di riorganizzazione geografica. Non viviamo piu' in un mondo in cui si commerciano solo prodotti finiti. Una quota enorme del commercio internazionale e' rappresentato da componenti, semilavorati, che le imprese manifatturiere producono e assemblano in vari paesi del mondo. La Benetton nel 1992 produceva il 100 per cento in Italia, ora solo il 70 per cento.
Ecco, dira' qualcuno, proprio quello che bisogna impedire, dobbiamo tornare a una Benetton che produca tutto in Italia. Peccato che se la Benetton non avesse trasferito le proprie attivita' in parte all'estero, oggi probabilmente in Italia produrrebbe ben poco perche' non sarebbe piu' competitiva. La delocalizzazione ha fornito alle nostre imprese piu' dinamiche un importantissimo vantaggio competitivo, una delle ragioni per cui possiamo ancora vantarci o almeno parlare del made in Italy.
Ma il commercio di componenti e semi lavorati, per cui i pantaloni sono tagliati in Italia, cuciti in Cina con cerniere importate dal Vietnam e venduti in Giappone, prospera solo se i costi di trasporto delle merci, e dunque le barriere commerciali, sono bassi. Se noi alziamo le barriere verso la Cina puniamo anche le nostre imprese, aumentando ad esempio il prezzo dei pantaloni italiani cuciti in Cina e rivenduti in Europa. Tanto piu' se un'azione forte dell'Europa nei confronti della Cina avesse l'effetto perverso di rallentare il processo globale di liberalizzazione degli scambi commerciali nell'ambito del Wto invece di accelerare l'auspicata liberalizzazione del mercato cinese.
Questa chiave di lettura spiega anche perche' sbaglia, e sbaglia di grosso, il Governo (posizione del resto piuttosto condivisa a livello europeo) a punire le imprese che delocalizzano, condizionando l'accesso a diversi strumenti di incentivo al mantenimento di una quota ‘sostanziale' di attivita' in Italia. I vincoli sono rilevanti, impediscono di accedere ai finanziamenti agevolati della Simest per la costituzione e lo sviluppo di joint venture all'estero (legge 100/1990), ai finanziamenti dei crediti all'export, ai servizi assicurativi della Sace, che copre i rischi politici ed economici relativi alle attivita' internazionali delle nostre imprese (decreto legge n. 143/1998) e ad altre misure per favorire l'iniziativa privata e lo sviluppo della concorrenza (legge 273/2002). La giustificazione di questo provvedimento e' evitare che le imprese scappino e impoveriscano il tessuto produttivo nazionale. Ma si dimenticano tre cose fondamentali.
Primo, che le imprese vanno all'estero per preservare e rafforzare la propria competitivita' (delocalizzare e' costoso, perche' farlo se non conviene o non e' necessario?).
Secondo, che le attivita' ad alto valore aggiunto rimangono in Italia se i costi nel nostro paese sono competitivi.
Terzo, che non tutte le imprese hanno bisogno di delocalizzare nello stesso modo. Per alcune imprese forse sara' necessario produrre tutto all'estero per poter mantenere il design e la ricerca e sviluppo in Italia, per altre solo una piccola fase produttiva. Fissare il confine tra delocalizzazione virtuosa e viziosa per decreto e' demagogico. Infatti, si usa il termine di ‘sostanziale' proprio perche' una misura precisa non puo' essere definita e come sempre la indefinitezza dei provvedimenti di legge apre le porte alla discrezionalita' della burocrazia. Insomma, invece di favorire un processo che permette di accrescere la nostra competitivita', lo seppelliamo di vincoli e ne aumentiamo i costi.
il testo riprodotto e' tratto dal sito www.lavoce.info.