I paesi in via di sviluppo, trainati da Cina e India, puntano a benessere e boom economico.
Ha conservato l'ufficio europeo dell'Onu, e' diventata la sede dell'Organizzazione per il commercio mondiale, ospita comitati e conferenze. Ma la caduta del Muro e il crollo dell'Unione Sovietica l'hanno privata di una parte del suo «business» internazionale.
Esiste tuttavia in Svizzera un'altra capitale del mondo che ha per l'economia e la finanza un'importanza non inferiore a quella di Ginevra negli anni dei conflitti Est-Ovest. E' Davos, dove si tiene ogni anno il World economic forum. Piu' che un convegno e' un festival, un circo mediatico, una passerella su cui sfilano uomini di stato, politici, imprenditori, banchieri, sensali d'affari, economisti e uno sciame di reporter a caccia d'informazioni. Ma e' anche una borsa valori dove si misurano i successi e gli insuccessi dei singoli paesi, la validita' delle previsioni economiche dell'anno precedente, il grado di ottimismo e pessimismo che circola fra i palazzi del potere politico e i mercati internazionali.
All'inizio i protagonisti di Davos furono gli Stati Uniti, il Giappone, l'Europa e, beninteso, le potenze petrolifere del Medio Oriente. Poi, con il passare del tempo, cominciarono ad arrivare nuovi attori: la Russia, la Cina, l'India, il Brasile, le piccole tigri dell'Asia, le nuove economie di mercato dell'Europa centro-orientale. Amministrata privatamente da un manager di successo, questa «Onu dell'economia» e' diventata piu' interessante e piu' importante di quella di New York.
Chi vuole intravedere il mondo di domani apprendera' piu' cose a Davos di quante non ne apprenda a una qualsiasi riunione diplomatica internazionale. Il primo segnale dell'ultimo Economic forum non piacera' agli antiglobalizzatori. L'economia mondiale gode di buona salute e non ha alcuna intenzione di dare retta agli agricoltori francesi, ai sindacalisti conservatori, agli uomini politici postmarxisti, ai parroci di sinistra e ai ragazzi dei centri sociali.
Non so se vi saranno altre grandi manifestazioni nello stile di Seattle e di Genova. Ma ho l'impressione che la «spinta propulsiva» dei no global si stia progressivamente esaurendo. Il movimento avrebbe avuto successo soltanto se fosse riuscito a trascinare con se' la societa' dei paesi in via di sviluppo. E' accaduto invece cio' che accadde alle Brigate rosse negli anni Settanta. Credevano di rappresentare il popolo e si accorsero, guardandosi indietro, che rappresentavano soltanto se stesse.
Il secondo segnale e' per molti aspetti ancora piu' importante del primo. La geografia economica del mondo sta cambiando. Il Giappone e' uscito dalla sua lunga stagnazione. Gli Stati Uniti crescono abbastanza bene, anche se il prodotto interno lordo, nel quarto trimestre, e' aumentato «soltanto dell'1,1 per cento». La Germania comincia a incassare finalmente gli effetti positivi delle riforme avviate da Gerard Schröder negli scorsi anni. L'Italia e gli altri paesi dell'Europa continentale potrebbero trarre qualche vantaggio dal volano tedesco, soprattutto se i consumi in Germania ricominciassero a crescere.
Ma i veri protagonisti dell'economia mondiale sono la Cina e l'India. La prima registra da 25 anni una crescita annuale che si aggira mediamente intorno al 9 per cento. La seconda cresce da 15 anni al ritmo del 6 per cento. Due miliardi e 300 milioni di persone si sono messe in marcia verso la prosperita' e non hanno alcuna intenzione di fermarsi.
Non sappiamo quali saranno le ripercussioni politiche di tale fenomeno all'interno della societa' cinese e indiana. Ma possiamo constatare sin d'ora che esso e' destinato ad avere effetti sismici sull'interscambio mondiale, sul consumo di energia e di materie prime, sul movimento dei capitali.
Sperare che ciascuno di noi in Europa possa continuare a vivere e a lavorare come se l'ombelico del mondo fosse ancora nell'Atlantico e' una pericolosa illusione. Credere che il futuro dell'Italia possa dipendere dall'esito dei duelli che vanno in scena ogni giorno sugli schermi della televisione e' tragicamente ridicolo.
il testo riprodotto e' tratto dal settimanale www.panorama.it.