"Il vecchio dollaro andra' giu'", disse un anno fa esatto al World Economic Forum di Davos Bill Gates di Microsoft, l'uomo piu' ricco del mondo.
Warren Buffett e George Soros, due altri maghi degli investimenti, erano della stessa opinione. Invece il dollaro si e' apprezzato in un anno del 15% sullo yen e del 14% sull'euro, dopo due anni di quasi costante discesa, ha confuso nel 2005 molte previsioni, e torna ad essere a Davos un tema di dibattito e un enigma.
"Il panorama economico che cambia", il primo dei cinque temi attorno ai quali i 2.340 ospiti (paganti) di Davos cercheranno di avere risposte chiare dagli ospiti di grido invitati a illuminarli, avra' al centro il nodo degli attuali squilibri, in definitiva l'eccesso di risparmio cinese e la scarsita' di risparmio e quindi l'indebitamebnto estero americano. E quindi la tenuta del dollaro.
In Cina la famiglia media risparmia il 40% del reddito, negli Stati Uniti spende tutto, e da alcuni anni secondo la collaudata battuta di Paul Krugman l'economia americana si regge su una forte domanda di beni (anche cinesi) e servizi acquistati con denaro preso a prestito in Cina. E ancor piu' in Giappone, visto che Tokyo sottoscrive il triplo di titoli del Tesoro Usa rispetto a Pechino. Comunque, in Asia.
Su questo rapporto Asia-America, una domanda di dollari che sostiene il cambio e consente agli americani di acquistare prodotti asiatici in un circolo virtuoso di mutuo interesse, si regge il sistema di Bretton Woords II, come e' stato definito. Come dal '44 al '71, quando lo era ufficialmente per le valuteb europee e poi lo yen giapponese, cosi' oggi il dollaro e' informalmente il perno attorno al quale ruotano le valute asiatiche, in un sistema del Pacifico non troppo dissimile da quello che era il sistema atlantico del dopoguerra. In primavera Ben Bernanke, allora capo dei Consiglieri economici di george W. Bush e fra pochi giorni al timone della Fed, teorizzava il "global savings glut", l'eccesso di risparmio che si affollava chiedendo di acquistare dollari. «Non prevedo che questa domanda possa finire precipitosamente», dichiarava Bernanke il 15 novembre.
Ma sulla via di Davos, parlando a Londra il 23 gennaio, quello che di fatto e' il numero due della Fed e quindi fra pochi giorni di Bernanke, il presidente della Federal Reserve bank di new York Timothy F. Geither, ha dato una lettura diversa e piu' preoccupata.
«Le conseguenze plausibili oscillano fra quelle graduali e incruente e quelle piu' precipitose e foriere di guai», ha detto Geithner parlando degli squilibri dei conti esteri americani e di una possibile fuga dal dollaro. «Chiunque guardi - ha aggiunto ricordando che il rosso dei conti con l'estero americani si sta avvicinando al 7% del Pil - alla misura degli squilibri delle partite correnti ha motivo di seria preoccupazione». Anche se ha ragione chi dice che il mondo vuole prerstare soldi agli Stati Uniti, ha aggiunto Geithner, non sarebbe prudente per gli Stati Uniti protrarre troppo questa situazione. E non e' prudente neppure per il resto del mondo, «poiche' l'inevitabilita' del riaggiustamento vuol dire che il mondo vivra' per un tempo considerevole con un certo rischio di grosse variazioni nei prezzi relativi, maggiore volatilita' nei prezzi dei beni e rischi di rallentamento della cerscita negli Stati Uniti e altrove».
Sono note decisamente piu' preoccupate che non quelle di Bernanke e dello stesso Alan Greenspan, come ha subito rilevato Nouriel Roubini, professore alla New York University e uno dei piu' attenti osservatorid della scena finanziaria globale, anch'egli in viaggio per Davos. «Si tratta di vedere se alcuni dei timori dell'anno scorso si avvereranno quest'anno», ha detto il Nobel Jospeh Stiglitz, ugualmente sulla via di Davos.
il testo riprodotto e' tratto dal sito www.ilsole24ore.com.