[ l k v . i t ]
A passi lenti verso il dualismo
09-01-2006
Tito
Boeri
Pietro
Garibaldi
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Da ormai dieci anni il nostro mercato del lavoro e' oggetto di riforme marginali volte ad aumentarne il grado di flessibilita'. C'e' una continuita' in queste riforme, le cui tappe piu' importanti sono state il pacchetto Treu del 1997, la riforma del contratto a tempo determinato del 2001 e la legge Biagi del 2003: sono tutte volte a introdurre "al margine" (per i nuovi assunti) figure contrattuali che riducono la protezione della stabilita' dell'impiego. La stessa legge Salvi del 2000, pur immettendo altre rigidita', ha permesso il ricorso al lavoro supplementare nell'ambito del part-time, contribuendo alla diffusione di una figura contrattuale "atipica".


Effetti transitori...

Questo processo riformatore e' stato accompagnato da notevoli, e in parte insperati, incrementi dell'occupazione, con la creazione di quasi due milioni di nuovi posti di lavoro, anche in condizioni congiunturali difficili. I due fenomeni - la flessibilita' al margine e la crescita dell'occupazione pur in presenza di stagnazione economica - possono essere messi in relazione tra di loro. Come discutiamo in un nostro lavoro recente, le riforme marginali di mercati del lavoro "rigidi" producono un "effetto luna di miele" sull'occupazione aggregata. Come tutte le lune di miele, si tratta pero' di fenomeni transitori e gli ultimi dati trimestrali sembrano suggerire che anche questa sia in via di esaurimento. I dati positivi del 2005 sull'occupazione sembrano attribuibili unicamente a un effetto statistico, il graduale rinnovo del campione Istat dopo la regolarizzazione degli immigrati.


... ed eredita' autentiche delle riforme parziali

Il mercato del lavoro ereditato da questa serie di riforme ha tre caratteristiche. Primo, e' un sistema estremamente complesso. Dopo la legge Biagi, esistono piu' di quaranta figure contrattuali specificate dal legislatore, con un'infinita' di norme, ciascuna applicata a un segmento specifico e minoritario della forza lavoro. L'assunzione di un lavoratore in forma non standard richiede quasi sempre una consulenza del lavoro. Secondo, e' un sistema di regole che non guarda al lungo periodo, in quanto i lavoratori impiegati con contratti diversi da quelli a tempo indeterminato, quasi sempre i piu' giovani, hanno scarsi contributi previdenziali in un sistema pensionistico per loro basato sul metodo contributivo. Di questo passo, accederanno a pensioni che non saranno superiori a un terzo della loro retribuzione media, spesso al di sotto della linea di poverta'. Terzo, il mercato del lavoro e' un sistema "duale", in quanto per molti giovani lavoratori e' assai difficile completare il "cursus honorum", ossia il passaggio verso il contratto di lavoro a tempo indeterminato. E molti di questi giovani sono spesso "fuori dal diritto", nel senso che non gli si vede riconosciuta alcuna delle tutele di legge.


Cosa fare per correggere queste storture

Riteniamo che il sistema esistente debba essere corretto in tre direzioni principali. Primo, si deve ridurre la complessita'. Secondo, si devono garantire standard minimi a qualunque prestazione di lavoro. Terzo, si deve facilitare la transizione verso i contratti a tempo indeterminato. Crediamo sia possibile raggiungere i tre obiettivi con poche riforme ben congegnate e a costo zero.

Semplificare. Oggi abbiamo quarantadue figure contrattuali specificate dal legislatore. La tendenza e' all'aumento: in ogni legislatura se ne aggiungono di nuove. L'ingegneria contrattuale non si fermera' mai. Il mercato inventera' sempre nuove forme contrattuali e, se si mantiene l'impostazione attuale, il legislatore dovra' sempre rincorrere il mercato per "standardizzare" questi nuovi rapporti di lavoro. È una strada sbagliata e inefficace. La legge Biagi ha "tipizzato" cinque o sei figure contrattuali talmente specifiche e particolari che non si riescono nemmeno a vedere nei dati a due anni di distanza dalla loro introduzione. Insomma, la legge c'e', ma non si vede.

Per offrire tutele vere ai lavoratori e insieme semplificare la normativa, meglio specificare standard minimi applicabili universalmente e lasciare che le parti sul mercato del lavoro elaborino qualsivoglia forma contrattuale, che sara' considerata lecita nella misura in cui risulta compatibile con gli standard minimi. Cio' non significa che si debbano cancellare tutte le figure contrattuali oggi in essere, ma soltanto interrompere un meccanismo che, ai livelli attuali, sta soltanto producendo fiumi di carta (come i fantomatici "progetti" definiti per poter mantenere in piedi le vecchie collaborazioni coordinate e continuative). Bisognera' poi intensificare il controllo amministrativo e sociale per assicurare che i minimi siano rispettati ovunque.

Standard minimi. Devono essere due: standard di salario e standard previdenziali. Occorre specificare un salario minimo, come proposto recentemente con Pietro Ichino, differenziato per eta' e forse anche per macroregioni, in modo tale che qualunque prestazione lavorativa effettuata in una data macroregione sia remunerata almeno al salario minimo, e tenere conto dei differenziali di produttivita' fra persone con e senza esperienza lavorativa e dei divari nel costo della vita fra Regioni. Salari minimi esistono in quasi tutti i paesi Ocse, inclusi Francia, Regno Unito e Stati Uniti. Occorre poi specificare un contributo previdenziale uniforme per tutto il mercato del lavoro. Qualunque prestazione lavorativa deve avere la stessa copertura previdenziale, indipendentemente dal tipo di contratto di lavoro, il che significa uniformare le aliquote contributive. Questi standard previdenziali garantiranno un'adeguata copertura previdenziale ai giovani di oggi.

Il cursus honorum. Per facilitare la transizione verso il contratto permanente a tempo indeterminato sono necessarie due riforme. Innanzitutto, si deve aumentare considerevolmente la durata del periodo di prova. Attualmente, e' di tre mesi per operai e impiegati e sei mesi per il personale direttivo. Lo si deve portare fino a tre anni, assimilandolo, dopo i primi sei mesi, a un contratto a tempo determinato in quanto a tutela dell'impiego. Un'iniziativa simile e' stata recentemente presa in Germania dalla Grosse Koalition di Angela Merkel e proposta in Francia in un rapporto dell'Insee. Secondo, si deve ridurre la durata massima del contratto a tempo determinato a due anni. Un'impresa che dovesse trasformare un contratto a tempo determinato in uno a tempo indeterminato non potra' fruire del periodo di prova. In questo modo, i contratti temporanei saranno indirizzati soltanto a prestazioni lavorative veramente a termine, mentre il periodo di prova lungo permettera' alle imprese di decidere con maggior flessibilita' l'assunzione a tempo indeterminato.



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il testo riprodotto e' tratto dal sito www.lavoce.info.


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