Gli americani lavorano molto piu' degli europei: su questa affermazione, che riecheggia il titolo di un lavoro di Edward Prescott, si e' dibattuto a lungo lo scorso anno, anche su lavoce.info. Il tema torna ora d'attualita' per le recenti discussioni in ambito europeo sulla revisione della Working Time Directive e, in Italia, con la pubblicazione dei dati Istat sulle ore lavorate per la produzione del Pil dal 1993 al 2003 (1).
La Working Time Directive prevede prescrizioni minime e massime su orario di lavoro settimanale (massimo di 48 ore incluso il lavoro straordinario); riposo settimanale (1 giorno); riposo orario giornaliero (11 ore); intervallo giornaliero di 20 minuti ogni 6 ore di lavoro 4 settimane di ferie pagate annuali (dopo 13 settimane di occupazione).
Molti commentatori e organizzazioni dei datori di lavoro in tutta Europa ritengono che queste prescrizioni, soprattutto quella delle 48 ore settimanali, impediscano la crescita delle economie perche' riducono la flessibilita' del mercato del lavoro e quindi la competitivita' delle piccole-medio imprese che rappresentano il 90 per cento della struttura industriale europea.
Sono argomenti corretti dal punto di vista della teoria economica?
In un suo lavoro, Edward Prescott mostra che, escludendo gli incrementi di produttivita' derivanti dal boom delle telecomunicazioni e delle dotcom statunitensi, nel periodo 1993-1996 gli americani in eta' lavorativa (15-64 anni) del settore privato lavorano in media il 50 per cento in piu' dei francesi, dei tedeschi e degli italiani (vedi Tavola 1) (2). E rileva come il cambiamento nelle ore di lavoro pro-capite (offerta di lavoro) sia un fenomeno nuovo. Infatti, se si utilizzano i dati Ocse relativi al periodo 1970-1974 si nota che l'offerta di lavoro e' dal 5 al 10 per cento piu' alta per i paesi europei rispetto agli Stati Uniti. Data la piu' alta produttivita' dei paesi europei, misurata dall'output per ore lavorate, e il persistere della divergenza nei livelli di reddito pro-capite, la conclusione di Prescott e' che il differenziale nei tassi di crescita tra le due aree non dipende dall'efficienza del lavoro (produttivita'), ma dalla minore offerta di lavoro (ore lavorate pro-capite).
Una gran parte del pubblico americano (e non soltanto) vede positivamente la riduzione delle ore di lavoro: pensa che gli europei godano di maggior tempo libero, una maggiore aspettativa e migliore qualita' della vita, e persino di un minore tasso di obesita'.
Di fronte alla crescita Usa e alla stagnazione dell'Europa, una riflessione piu' attenta e' tuttavia d'obbligo.
Argomentazioni analoghe a quelle di Prescott sul ruolo positivo delle ore lavorate pro-capite sulla performance economica sono condivise da molti commentatori ed esperti economici. La cultura long-hours, infatti, caratterizza un altro paese la cui performance di crescita e' superiore a quella dei paesi dell'Unione Europea: la Gran Bretagna. Un recente studio riporta che dopo gli Stati Uniti, la Gran Bretagna ha il piu' elevato numero di ore lavorate settimanali per persona in eta' lavorativa: 21,4 contro le 25,1 degli Usa (3). L'Italia e' invece all'ultimo posto, con sole 16,7 ore. La Gran Bretagna e' il paese che piu' di ogni altro ha utilizzato la clausola opt-out della direttiva, che consente di andare oltre il limite delle 48 ore di lavoro settimanale: 3,26 milioni di lavoratori, pari al 13 per cento degli occupati, lavorano 48 ore e piu', il piu' lungo orario in Europa se si escludono alcuni paesi dell'Est. Mentre la media nell'Unione Europea e' di 43,3 ore e di 39,7 nei 12 paesi dell'euro. Ma i buoni risultati dell'economia britannica dipendono in maniera cruciale dall'aumento delle ore lavorate? Evidentemente si', se i commentatori economici britannici temono un eventuale spostamento verso gli standard europei (4).
Anche i dieci nuovi paesi membri dell'Unione hanno optato per una settimana massima lavorativa che possa eccedere le 48 ore previste dal Parlamento europeo (vedi Figura 1). E la performance in termini di tassi di crescita degli Stati di nuova adesione sopravanza quella dei piu' maturi paesi dell'Unione. Recentemente anche la Germania ha utilizzato clausole opt-out negli accordi Siemens, Wolkswagen, Daimler-Chrysler: il working time e' passato da 35 a 39-40 a seconda dei casi.
Ci sono varie ragioni per ritenere che un aumento del numero di ore lavorate possa avere effetti benefici in questa fase dell'economia europea. La prima e' che gli incrementi di produttivita' ono ancora piuttosto esigui se correttamente misurati (LINK Blanchard) e pertanto non sono ancora maturi i tempi per consistenti distribuzioni di tali guadagni. La seconda e' che, pur non contestando le tendenze secolari di distribuzione degli incrementi di produttivita' in termini di aumenti salariali e di riduzione delle ore lavorate, le dinamiche strutturali sia dal lato della domanda che dell'offerta non sono mai le stesse e i meccanismi storici di aggiustamento a shock tecnologici possono operare in maniera differenziata rispetto al passato. Cio' che si richiede nella fase storica attuale e' esattamente il contrario di quello che e' accaduto nell'ultimo mezzo secolo: un aumento delle ore di lavoro e un contenimento (se non una riduzione) dei salari per poter aumentare la competitivita' dell'economia. Poiche' l'economia europea non cresce, eventuali guadagni di produttivita' devono restare nell'ambito delle imprese per indurle a investire. Le clausole opt-out di incremento delle ore di lavoro senza compensazione salariale hanno appunto l'effetto di ridurre i salari.
Il cambiamento strutturale determinato dalle recenti innovazioni tecnologiche necessita di una maggiore flessibilita' del lavoro e della struttura organizzativa. In tale contesto si inquadra il dibattito sulla direttiva europea. Come gestire il limite delle 48 ore settimanali nel Servizio sanitario nazionale? E nel settore bancario, delle assicurazioni e del commercio? O ancora in quello delle piccole-medie imprese che devono fronteggiare le sfide commerciali di paesi come la Cina e l'India?
Chi lavora in settori del terziario ad alta intensita' di lavoro sa bene che un aumento delle ore di lavoro migliora la qualita' e la quantita' dei servizi per i quali c'e' una domanda potenziale molto alta. Una maggiore flessibilita' del mercato del lavoro si sta registrando in tutta Europa, ma incentivi sotto forma di riduzione delle imposte, minori protezioni degli insider e variazioni del salario in linea con gli incrementi di produttivita' possono contribuire a realizzare piu' occupazione e piu' output per soddisfare una domanda interna crescente. Negli interventi precedenti su lavoce.info ci si chiedeva se queste misure fossero da ritenere sufficienti. Sicuramente non bastano a imprimere una crescita sostenuta all'economia europea, ma possono ridurre i disincentivi che tengono a un basso livello il numero di ore medie lavorate e a ridurre il tasso di disoccupazione.
La proposta di revisione della Commissione e del Parlamento europeo della Working Time Directive sembrerebbe andare in questa direzione. Molto verosimilmente la clausola opt-out, ritenuta vitale per assicurare la competitivita', rimarra' in vigore per i prossimi anni.
TAVOLA 1
Output, offerta di lavoro e produttivita' di alcuni paesi relativamente agli USA (sono selezionati solo i paesi europei)
| Periodo | Paese | Output procapite | Ore lavorate procapite | Output per ore lavorate |
| 1993-1996 | Germania | 74 | 75 | 99 |
| Francia | 74 | 68 | 110 | |
| Italia | 57 | 64 | 90 | |
| Regno Unito | 67 | 88 | 76 | |
| USA | 100 | 100 | 100 | |
| 1970-1974 | Germania | 75 | 105 | 72 |
| Francia | 77 | 105 | 74 | |
| Italia | 53 | 82 | 65 | |
| Regno Unito | 68 | 110 | 62 | |
| USA | 100 | 100 | 100 |

il testo riprodotto e' tratto dal sito www.lavoce.info.